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Piani pensionistici, l’ affilata forbice dei costi. Ipotizzando un rendimento annuo del 4% le spese mediamente incidono per l’ 1,4%

Il futuro dei Pip, i piani pensionistici, l’ alternativa individuale ai fondi pensione, sarà contrassegnato da un indicatore sul livello di «inquinamento» delle commissioni. Il «Costo percentuale medio annuo» (Cpma) identificherà quanto pesano tutte le spese sul rendimento finale ed è uno dei nuovi elementi di trasparenza imposto dall’ Isvap (l’ Istituto di vigilanza sulle assicurazioni). Con questo dato, contenuto nella scheda informativa, verrà evidenziato di quanto si riduce ogni anno, per effetto dei costi, il potenziale tasso di rendimento del contratto rispetto a quello di un’ analoga operazione ipoteticamente non gravata da spese. Così, ad esempio, se per un Pip di 10 anni l’ indicatore è dell’ 1%, questo significa che i costi ridurranno di un’ analoga percentuale la performance finanziaria del prodotto. Se i gestori hanno offerto un rendimento del 4%, ecco che per l’ assicurato il capitale investito verrebbe rivalutato solo del 3%. Si tratta di un indicatore orientativo in quanto calcolato su un prefissato tasso di rendimento lordo del fondo (4% annuo), se il rendimento reale risulterà più alto l’ incidenza dei costi ovviamente si riduce. Il parametro offrirà però ai clienti una base chiara e sicura per «pesare» esattamente tutti i costi che gravano sulla polizza: da quelli sul versamento («caricamenti») a quelli sul rendimento annuo («commissioni di gestione»). Il parametro, inoltre, faciliterà i confronti tra i vari prodotti. Nella tabella qui a fianco abbiamo calcolato il costo medio annuo di 12 Pip dopo 20 e 30 anni dalla sottoscrizione. Il tasso ipotetico di rivalutazione del fondo è stato calcolato al 4% annuo. Le sorprese non mancano: polizze che in partenza sembrerebbero più leggere perché con bassi caricamenti, alla fine mostrano un costo medio annuo elevato, per via della «zavorra» di commissioni di gestione superiori all’ 1%. E altre che prevedono tasse iniziali del 7% risultano estremamente convenienti. Il costo medio sulla durata ventennale è dell’ 1,42%; a trenta si scende all’ 1,27%. Dopo 20 anni di versamenti il costo minimo è dello 0,74%, quello massimo del 2,70%. Questo significa che per il cliente della prima polizza il rendimento netto annuo scenderà dal 4% al 3,26%, mentre per il secondo la performance dimagrirà fino all’ 1,3%. Paolo Golinucci

Golinucci Paolo

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(21 marzo 2005) – Corriere Economia

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Dove la pensione è più conveniente. Fondi o polizze: i piani individuali hanno un miglior rapporto costi-rendimenti

STRATEGIE Viaggio tra strumenti, limiti e opportunità della previdenza integrativa Dove la pensione è più conveniente Fondi o polizze: i piani individuali hanno un miglior rapporto costi-rendimenti Allacciate il paracadute. Sono numerosi gli investitori che, proprio a fine anno, decidono d’ investire sul loro futuro. E cioè destinano una parte dei risparmi alla creazione di una pensione di scorta. Una scelta che ha soprattutto motivazioni fiscali: i contributi versati entro il 31 dicembre a fondi pensione e polizze previdenziali, infatti, vanno a ridurre il reddito 2001 e consentiranno di risparmiare sulle tasse del 2002. E così i prodotti di previdenza integrativa, dopo aver marciato a rilento nei mesi scorsi, stanno registrando un’ accelerazione. All’ orizzonte, infatti, c’ è un’ altra riforma che agevolerà ulteriormente la previdenza integrativa. Il provvedimento dovrebbe stabilire fra l’ altro l’ afflusso ai fondi pensione di una quota elevata (si parla di almeno il 70%) del Tfr annuale e ridurre l’ imposizione fiscale. Si dovrebbe anche arrivare a un’ effettiva parità di trattamento fra tutti gli strumenti previdenziali: i fondi pensione chiusi, destinati a gruppi omogenei di lavoratori come i dipendenti di un’ azienda o gli appartenenti a una categoria professionale; i fondi aperti, promossi direttamente dai gestori autorizzati (compagnie di assicurazione, banche, Sim e società di gestione del risparmio) e rivolti soprattutto ad autonomi e liberi professionisti; i piani pensionistici individuali. Ma qual è la soluzione più conveniente? Meglio i fondi aperti o le nuove polizze di tipo individuale? Alle domanda che interessa, per ora, soprattutto i lavoratori autonomi e i liberi professionisti cerca di dare una risposta l’ elaborazione pubblicata qui a fianco. La tabella mette a confronto il capitale accumulato, a varie scadenze temporali, da 14 piani pensionistici individuali e 9 fondi pensione ipotizzando un versamento di 2.500 euro all’ anno (poco meno di 5 milioni). Le differenze, come si può vedere, sono piuttosto forti. Dopo 20 anni di versamenti, infatti, si va da un minimo di 59.527 euro (115 milioni) a un massimo di 75.219 euro (145 milioni). In termini percentuali il gap è di oltre il 26%. Va comunque ricordato che per il sottoscrittore non sarà quasi mai possibile incassare l’ intera somma accumula – nel nostro esempio i 59.527 o i 75.219 euro – ma solo un terzo di questa cifra (o il 50% ma con penalizzazioni fiscali), il resto verrà incamerato come rendita periodica. E utile anche ricordare che le prestazioni di fondi pensione e piani individuali vengono erogate solo al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia o di anzianità (vedi servizio a pagina 12). L’ elaborazione è comunque significativa perché i diversi capitali accumulati non dipendono tanto dalla bravura dei singoli gestori – tutta da dimostrare visto che questi prodotti sono appena partiti – ma soprattutto dalla struttura dei costi. Per ognuno dei prodotti analizzati, infatti, è stato ipotizzato un rendimento annuo lordo del 5% – rispetto a un’ inflazione del 2% – e su questa base sono state elaborate le prestazioni finali tenendo conto delle spese massime previste (i caricamenti, cioè i costi sui versamenti, e le commissioni annue di gestione) da ciascun prodotto. Il rendimento annuo lordo del 5% corrisponde al tasso fissato dall’ Isvap per le simulazioni dei piani pensionistici individuali, fatta salva un’ inflazione media del 2%. Più elevati sono i costi complessivi, più bravi dovranno essere i gestori a muoversi sui mercati finanziari per poter offrire ai sottoscrittori un’ adeguata remunerazione. Come si può vedere dal grafico pubblicato qui sotto, ad esempio, per garantire dopo 25 anni un capitale di 100 mila euro al gestore che ha il prodotto più leggero in termini di costi, basta ottenere un rendimento annuo lordo del 4,62%. Mentre il collega che si trova a operare con il prodotto più caro dovrà realizzare ogni anno performance superiori al 7% per ottenere un analogo risultato. Confrontando le due categorie, le prestazioni finali sono tutto sommato equivalenti. Forse, a livello di rapporto tra costi e rendimenti, sembrano essere leggermente più convenienti i piani pensionistici individuali. Quello che fa la differenza è però la struttura dei costi: a uscire vincenti sono i prodotti che prevedono le commissioni di gestione annue più basse. I caricamenti, cioè la quota che viene trattenuta dall’ intermediario su ogni versamento, sembrano avere minore importanza, mentre il peso delle spese di gestione, che gravano sul capitale accumulato, si fa sentire di più anno dopo anno. Per chi è in cerca della formula giusta per costruirsi la rendita di scorta la scelta è comunque molto ampia. Forse c’ è, addirittura, un eccesso di prodotti. «Gran parte dell’ opinione pubblica è consapevole che la pensione pubblica non fornirà più prestazioni adeguate – sostiene Alessandro Scarfò, direttore centrale vita e previdenza della Ras – ma è poco informata sulle possibili soluzioni e incerta sulla strada da seguire». Il primo passo, dunque, è un esame molto approfondito della propria situazione, quello che gli esperti definiscono il check up previdenziale. «Prima di tutto – spiega Daniele Pesce, direttore marketing di Alleanza – è necessario porsi alcune domande. Quale percentuale dell’ ultima retribuzione offrirà la previdenza di base? Molti, per esempio, tendono a sottovalutare il divario da colmare e pensano di risolvere il problema della pensione integrativa con la classica polizza da 2,5 milioni di lire all’ anno. E ancora, quali versamenti si dovranno sostenere sino alla pensione per colmare questo gap e per sfruttare i benefici fiscali»? Solo dopo questo esame si può pensare alle possibili soluzioni. I parametri determinanti sono in primo luogo l’ età, che determina l’ orizzonte temporale del programma previdenziale, il grado di propensione al rischio e quindi la possibilità di sopportare la volatilità. Nella scelta dei prodotti bisogna poi tener conto della flessibilità della gestione finanziaria, privilegiando meccanismi che permettono di ridurre automaticamente il grado di rischio con il crescere dell’ età e la presenza coperture complementari contro i rischi di morte, invalidità permanente o perdita dell’ autosufficienza. Il confronto più immediato, anche per l’ analogia dei due prodotti, è fra fondi aperti e polizze pensionistiche. «I primi – dice Scarfò – soddisfano le esigenze pensionistiche in senso stretto, le seconde offrono una copertura previdenziale più ampia e presentano un sistema più garantista per il calcolo della rendita (vedi servizio a pagina 12, ndr): un aspetto difficile da comprendere, ma che invece riveste un’ importanza notevole». Germano Donadio, direttore centrale vita e fondi pensione di Gan Italia, mette a fuoco il tema dei costi. «Nei fondi aperti spesso indubbiamente ridotti al minimo, nelle polizze pensionistiche i caricamenti iniziali sono in media più elevati. Questo differenziale è giustificato se l’ intermediario offre un valore aggiunto in termini di consulenza e se il prodotto ha qualche cosa in più, in termini di protezione dell’ investimento e di garanzie accessorie: se le caratteristiche della gestione finanziaria sono sostanzialmente le stesse, come avviene in alcuni casi, richiedere costi maggiori non ha senso». Roberto E. Bagnoli Paolo Golinucci

Bagnoli Roberto, Golinucci Paolo

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(10 dicembre 2001) – Corriere Economia

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Se la pensione la dà il piano

PREVIDENZA INTEGRATIVA A confronto le caratteristiche dei nuovi «Fip» Se la pensione la dà il piano La pensione di scorta? Per trovare la più conveniente non bisogna solo scegliere il gestore più bravo. Ma anche quello meno caro, o meglio quello con la struttura di costi (caricamenti e spese di gestione) più bilanciata.Sono le considerazione che si ricavano mettendo a confronto le prestazione garantite da 12 piani pensionistici individuali, l’ alternativa ai Fondi pensione introdotta dalla riforma della previdenza integrativa. Anche se solo il tempo potrà dire quale scelta è stata vincente. Il confronto è stato fatto ipotizzando un versamento di 2.500 euro (4.840.000 lire) all’ anno, un rendimento del 5% (come previsto dall’ Isvap) e tenendo conto dei costi previsti. Come si può vedere dalla tabella polizze che hanno bassi caricamenti ma elevate spese di gestione annua producono un capitale più basso rispetto a quelle che, a fronte di una più cospicua trattenuta sul versamento, prevedono oneri periodici leggeri. Il confronto tra i vari prodotti è possibile dopo che l’ Isvap ha dettato precise regole sulla trasparenza. Nel documento che le compagnie possono consegnare ai clienti devono essere ipotizzate le somme accumulate anno dopo anno e la rendita finale: valori puramente teorici ma che danno un’ idea della potenzialità dello strumento. Nell’ elaborare il preventivo dovranno essere utilizzati due diversi tassi di redditività reale – cioè al netto dell’ inflazione – pari all’ 1% e al 3%, ipotizzando un’ inflazione del 2%. Così i rendimento nominali sono del 3% e 5%. Per una scelta consapevole bisogna però anche tenere conto delle peculiarità di questo strumento. Ricordiamo che le prestazioni finali sotto forma di rendita (o parzialmente anche di capitale) sono riconosciute solo al raggiungimento dell’ età per la vecchiaia (minimo 5 anni di permanenza) oppure dopo 15 anni e 57 di età.. Il riscatto totale o parziale del capitale maturato è consentito solo se trascorsi 8 anni e per necessità impellenti (acquisto o ristrutturazione prima casa per sé o figli; spese sanitarie o per periodi di congedo o formazione). Si può trasferire il patrimonio maturato tra i fondi della stessa polizza (switch) o ad altri strumenti previdenziali. I versamenti, al pari dei Fondi pensione, sono deducibili dall’ Irpef fino al 12% del reddito, con un massimo di 10 milioni (5.164 euro) Così con 65.000.000 di reddito (33.570 euro) e un versamento di 6 milioni (3.098,74 ) si possono recuperare, grazie alla deducibilità, 2.400.000 lire (1239,49 euro). Per i dipendenti sono previsti alcuni vincoli. I «piani» offrono diverse linee d’ investimento. Da quelle classiche che privilegiano le obbligazioni garantendo un rendimento minimo del 2-3% all’ anno e il consolidamento dei risultati, alle unit linked, legate ai fondi. In questo caso i risultati non sono acquisiti: il capitale può essere inferiore ai premi pagati ma i rendimenti dovrebbero essere più allettanti. A pagamento si possono stipulare coperture aggiuntive (rischio morte, «long term care»). Paolo Golinucci

Golinucci Paolo

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(3 settembre 2001) – Corriere Economia

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«Così investiamo sul futuro». La ricetta vincente di Ina, Sai, Gan e Zurich? Un mix di azioni Doc, Bot aziendali e trading Una scelta a colpo sicuro

PREVIDENZA Parlano i gestori dei fondi che nel 2000 hanno ottenuto i migliori risultati «Così investiamo sul futuro» La ricetta vincente di Ina, Sai, Gan e Zurich? Un mix di azioni Doc, Bot aziendali e trading Azioni selezionate con particolare attenzione ai fondamentali. E per la parte obbligazionaria, che rappresenta la quota preponderante del portafoglio, molto tasso fisso e corporate bond, i titoli di debito emessi dalle società. Con questo mix alcuni fondi assicurativi hanno ottenuto nel 2000 risultati a due cifre. Primo in assoluto è il Nuovo fondo Ina, partito nel 1999, che ha ottenuto un rendimento lordo del 18,6% cui corrisponde un netto riconosciuto agli assicurati del 14,9%. In questo caso, però, il criterio di contabilizzazione è diverso rispetto a quello delle gestioni assicurative tradizionali: come avviene per fondi comuni e unit linked, infatti, i titoli in portafoglio vengono evidenziati secondo i valori di mercato e non al costo di acquisto. La compagnia che fa capo alle Generali non ha fornito informazioni sulla politica d’ investimento seguita ma solo sulla consistenza del patrimonio, che al 30 marzo scorso ammontava a 3.009 miliardi, e la sua suddivisione, caratterizzata da una quota elevata di investimenti esteri. Del 9% investito in azioni (in calo rispetto al 13% del trimestre precedente), la fetta preponderante va alle Borse degli altri Paesi. E anche nella parte obbligazionaria, accanto ai Btp che da soli rappresentano quasi metà del totale, vi è un 24% di bond esteri. Al secondo posto si colloca Sai-Nuova Press 2000, partita l’ anno scorso e con un patrimonio attualmente di 350 miliardi. «Il risultato del 2000 – spiega Piercarlo De Bernardi, direttore centrale finanza di Sai – è dovuto essenzialmente al trading che è stato fatto, e che per i fondi piccoli ha una certa importanza: la performance è venuta dalle plusvalenze realizzate sui titoli di capitale. L’ anno scorso siamo arrivati al 25% di azioni (la media delle gestioni separate è di circa il 9%, ndr), ora siamo scesi all’ 11% e manterremo questa quota anche nei prossimi mesi. I titoli sono quasi tutti italiani: attualmente abbiamo soprattutto Ifil, Gemina, Telecom e Tim. Per la componente obbligazionaria abbiamo un 15% di corporate bond, il resto è in titoli a reddito fisso». E il 2001? «Sul fronte azionario – spiega De Bernardi – non sono particolarmente ottimista né per l’ Europa né per gli Stati Uniti, mentre su quello obbligazionario non prevedo una risalita dei tassi. Penso che sarà molto difficile ripetere il risultato ottenuto l’ anno scorso dal fondo: attualmente la performance proiettata a fine anno è del 6%, senza tener conto naturalmente di eventuali plusvalenze». Anche nel 2000 spiccano i buoni rendimenti delle due gestioni di Gan Italia Vita: 10,1% lordo per Open, 7,5% per Vitafin. La differenza si spiega anche con i differenti volumi (il primo di 154 miliardi, il secondo di 1.604): in un fondo più piccolo, infatti, un investimento azzeccato incide molto di più sul rendimento finale. «I nostri risultati di lungo periodo – dice Mario Marini, vicedirettore generale e responsabile finanza di Gan Italia Vita – si devono alle scelte di investimento compiute in passato. A metà degli anni Novanta, quando le altre compagnie si spostavano sul tasso variabile, noi abbiamo puntato sul fisso scommettendo sulla caduta dei saggi di interesse: per la parte obbligazionaria abbiamo ancora titoli che garantiscono buone cedole, soprattutto Btp trentennali. Le performance degli ultimi tre anni si devono alle azioni italiane, che abbiamo cominciato ad accumulare sin dal 1996. Nel 2000 abbiamo venduto quando il listino andava ancora bene, sino a marzo, e poi siamo gradualmente rientrati nel corso dell’ anno». Attualmente i titoli di capitale rappresentano circa il 9% per Vitafin e il 6 per Open, che ha anche fondi comuni. Privilegiati soprattutto i titoli del Mib30 come Eni, Mediobanca e Tim. «E nei prossimi mesi – conclude Marini – acquisteremo azioni europee e corporate bond. Difficilmente, però, si vedranno rendimenti a due cifre». Nel medio periodo spiccano anche le performance di Vita Vis e Minervir, due fondi di Zurich Investments Life, che hanno attivi totali rispettivamente di 2.833 e 563 miliardi. «Negli ultimi dieci anni – spiega Manfredi Rosso, responsabile investimenti – è stata incrementata la quota azionaria, che attualmente supera il 10% per entrambi i fondi. Cerchiamo di fare una gestione attiva, quindi di movimentare abbastanza il portafoglio: attualmente le principali posizioni sono su Telecom, Tim, Eni, Pirelli e Generali, mentre i nuovi premi vengono investiti in azioni estere in modo da ribilanciare il portafoglio. La parte obbligazionaria è investita prevalentemente in titoli a tasso fisso con durata media intorno a cinque anni, e da qualche tempo abbiamo cominciato a sottoscrivere anche corporate bond. Per il 2001 prevedo rendimenti leggermente inferiori a quelli dell’ anno scorso, ma in ogni caso nella fascia alta del mercato». R. E. Ba. PREVIDENZA Trovare il prodotto giusto per la pensione di scorta Una scelta a colpo sicuro Il vostro obiettivo è di lunghissimo periodo, volete cioè integrare la rendita pubblica al momento della quiescenza? Meglio i Fondi pensione o i piani previdenziali individuali. Volete, invece, puntare sulla Borse, con tutti i rischi che questo comporta, ma poter ritirare il capitale al momento opportuno? Allora sono da preferire le unit linked. Cercate l’ investimento prudente e non volete rimetterci? Le polizze vita tradizionali sono le più adatte per voi. La riforma fiscale della previdenza integrativa, appena entrata in vigore, ha rivoluzionato le regole del gioco. E scegliere il prodotto più adatto è complicato (vedi grafici). Ecco come coniugare i propri piani con quelli del Fisco. OBIETTIVO PENSIONE. I Fondi pensione e le forme pensionistiche individuali (Fip) attuate con lo strumento delle polizze vita, hanno spiccate caratteristiche previdenziali: le prestazioni finali sotto forma di rendita (e parzialmente di capitale) si possono ottenere solo al raggiungimento dell’ età per la pensione di vecchiaia con un minimo di 5 anni di permanenza, oppure con almeno 15 anni di partecipazione e un’ età inferiore di non più di 10 anni a quella prevista per la vecchiaia. A scadenza si può ottenere un terzo del capitale maturato o il 50% con penalizzazioni. Il vero vantaggio di questi due strumenti è dato dalla deducibilità dei contributi corrisposti. Le somme versate possono essere sottratte dall’ imponibile Irpef fino al 12% del reddito, con il massimo di 10 milioni. Per i dipendenti lo sconto fiscale per i Fondi pensione è vincolato all’ uso del Tfr (ogni lira di trattamento di fine rapporto ne libera due di deduzione). Questi strumenti sono adatti a chi vuole costituirsi una pensione di scorta, rispettando i vincoli temporali richiesti e sfruttando gli sconti fiscali. PREVIDENZA & FINANZA. Il comparto comprende quei contratti che non hanno una vera funzione previdenziale e consentono l’ estinzione anticipata prima dell’ età pensionabile. Vi rientrano le polizze vita ad elevato contenuto finanziario, come le unit linked (agganciate ai fondi comuni), le index linked (agganciate a indici o panieri di titoli) e contratti a «premi unici ricorrenti», con durate contrattuali non obbligate o di norma inferiori a 10 anni. Sui versamenti, che dal 2001 non sono più soggetti all’ imposta del 2,5%, non è previsto alcun risparmio fiscale. La prestazione finale può essere erogata al 100% sotto forma di capitale: in questo caso l’ imposta sugli interessi maturati è del 12,5% oltre all’ applicazione dell’ equalizzatore. Nessuna tassazione sulla rendita erogata in alternativa. Ricordiamo che i contratti stipulati entro il 31 dicembre 2000 conservano le vecchie agevolazioni. Queste polizze sono adatte a chi vuole muoversi con ampia libertà e vuole poter riscattare il capitale in ogni momento. LA TRADIZIONE. Sulle polizze vita tradizionali, come le rivalutabili, la riforma ha inciso profondamente. I contratti stipulati fino al 2000 mantengono il vecchio regime fiscale e cioè la detrazione del 19% dei premi fino a un massimo di 2,5 milioni; il capitale maturato può essere incassato per intero (aliquota del 12,5% sulla plusvalenza con riduzioni per i contratti ultradecennali); la rendita vitalizia è tassata al 60%. Se il contratto è stato stipulato nel 2001 – e non rientra tra i Fip – non c’ è più il diritto alle detrazione, ma non si paga l’ imposta del 2,5% sui premi versati e anche la tassazione della prestazioni è un po’ più conveniente. Queste polizze restano quindi una valida alternativa per gli investitori prudenti. L’ importante è contrattare condizioni favorevoli sul fronte dei costi e delle coperture. P. Go.

Bagnoli Enrico, Golinucci Paolo

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(14 maggio 2001) – Corriere Economia