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pensioni nella terra di nessuno

Il cambiamento delle regole del gioco riserva sempre nuove sorprese TITOLO: Pensioni nella terra di nessuno Resta ancora incerto il destino di chi ha fatto domanda ma ha gia’ abbandonato il posto Che cosa cambia con la possibilita’ di cumulare l’ assegno d’ anzianita’ con un altro lavoro – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – Anzianita’ “sospesa”, vecchiaia sempre piu’ lontana e nuove norme sulle pensioni tutte da capire. Fra le regole ancora inesplorate della rivoluzione previdenziale innescata dalla Finanziaria spicca fra l’ altro la possibilita’ di cumulare reddito e rendita per chi decidera’ di andare a riposo prima del tempo. Una “sommatoria” finora negata (almeno in parte) che adesso ritorna in pista come premio di consolazione per chi subira’ la decurtazione della rendita (3% all’ anno) imposta a chi va in pensione prima del tempo. Blocco da rivedere. In realta’ , finche’ la Finanziaria non sara’ approvata, nessuno puo’ avere delle certezze sulle pensioni pubbliche dei prossimi anni. In questi giorni, pero’ , i dubbi piu’ grossi pendono sul destino delle persone che sono finite nel blocco immediato delle rendite d’ anzianita’ stabilito dal decreto del 28 settembre. Quel provvedimento che “congela” tutte le domande di pensione d’ anzianita’ presentate e accettate fino a quella data e che abbiano decorrenza successiva. Il governo ha promesso di modificarlo per “salvare” chi ha gia’ dato le dimissioni, rischiando di restare per piu’ di un anno senza pensione e senza stipendio. Perche’ , anche se gli effetti del decreto scadono il primo febbraio ‘ 95, la prima “finestra” utile per andare in pensione si aprira’ il primo gennaio ‘ 96. Con qualche eccezione: gli insegnanti, per esempio. Che verranno “liberati” il primo settembre ‘ 95. Ricordiamo che, per ora, le esclusioni dal blocco sono solo quelle concesse agli invalidi, a chi ha maturato 40 anni di contributi, ai prepensionati di aziende in crisi e a quelli in mobilita’ lunga. Entro le prossime ore il ministero del Lavoro dovrebbe completare il monitoraggio sui casi da sanare. Che, secondo le prime stime dell’ Inps e dell’ Inpdap, superano le 100 mila unita’ . La soluzione piu’ plausibile per salvare anche il gettito della manovra sembra quella di aprire una “fessura” nel blocco per i dipendenti privati gia’ dimissionari. Ancora in discussione, invece, la possibilita’ di rivedere le norme anche sul versante degli statali. Cumulo inedito. E veniamo alla chance che il progetto di riforma vorrebbe concedere ai futuri pensionati d’ anzianita’ che trovano un altro lavoro. In pratica chi avra’ la pensione di anzianita’ (35 anni di contributi), ridotta del 3% per ogni anno di anticipazione rispetto all’ eta’ pensionabile, potra’ cumulare totalmente la pensione e il reddito di lavoro. Autonomo o dipendente, non fa differenza: quest’ ultimo, pero’ , deve essere svolto presso un altro datore di lavoro. L’ unico sacrificio che viene richiesto ai lavoratori in seconda battuta e’ il pagamento di un contributo di solidarieta’ del 10% sul guadagno. Se l’ attivita’ e’ alle dipendenze di qualcuno, l’ onere sara’ diviso a meta’ con il datore di lavoro. Mentre resta tutto a carico del lavoratore in caso di attivita’ autonoma. Oltre questo 10% nessun altro contributo e’ dovuto. E men che meno quelli previdenziali. I nuovi criteri di cumulo non valgono pero’ per le pensioni liquidate senza riduzione in base alle norme transitorie (quelle cioe’ che consentono l’ anno prossimo il pensionamento con 37 anni di contribuzione). In questi casi, infatti, sono in vigore i vecchi criteri. Ma facciamo un po’ di conti per spiegare quanto guadagnera’ un “pensionato lavoratore”. Andando a riposo a 58 anni nel 1999, (quando l’ eta’ di vecchiaia per gli uomini sara’ fissata a 64 anni) il taglio complessivo della rendita ammontera’ al 18% (3% per sei anni). L’ ipotetica pensione di questo signor Rossi . due milioni al mese . si ridurra’ percio’ a 1.640.000 lire (2.000.000 meno 360 mila lire). Il nuovo lavoro autonomo gli rendera’ altri 2.000.000 al mese, che, decurtati del 10%, diventerebbero 1.800.000 lire. I redditi complessivi, da lavoro e da pensione, ammonteranno quindi a 3.440.000 lire al mese. Secondo i vecchi criteri sul cumulo, il nostro lavoratore avrebbe invecepotuto trattenere dal reddito da lavoro solo l’ importo corrispondente al minimo di pensione piu’ la meta’ della parte eccedente. Supponendo nel 1999 un minimo di 700.000 lire mensili, al pensionato sarebbe rimasto in tasca soltanto 1.350.000 lire. Da sommare a 1.640.000 della pensione d’ anzianita’ decurtata. La somma finale fa 2.990.000, ovvero 450.000 lire al mese in meno rispetto ai 3.440.000 “concessi” dalla riforma in via di discussione. La differenza, ovviamente, si restringe qanto piu’ basso e’ il reddito del lavoro post pensione. Con un milione al mese, ad esempio, il guadagno si riduce a 50 mila lire. Bisogna ricordare pero’ che chi matura i 35 anni entro il 1994 puo’ comunque cumulare in modo completo pensione e lavoro autonomo, come stabilito dal vecchio regime. Purche’ vada in pensione con 37 anni di contributi e quindi con la pensione intera. Nel caso invece di lavoro alle dipendenze, la norma precedente non avrebbe consentito il cumulo, neppure parziale. ————————- PUBBLICATO —————————— TITOLO: Parare i tagli del 3%? Ecco quanto costera’ – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – Alla ricerca della pensione di anzianita’ perduta. A chi vuole evitare il pesante taglio introdotto dalla Finanziaria (il 3% per ogni anno di anticipo rispetto all’ eta’ pensionabile) non resta che una strada: continuare a lavorare fino a 40 anni. Ma esiste qualche scorciatoia? Stipulare una polizza vita puo’ aiutare? Nella tabella qui sopra sono messe a confronto le prestazioni ottenute con 35 anni di anzianita’ contributiva pre e post manovra finanziaria da parte di tre lavoratori tipici. Le retribuzioni, che a seconda dei lavoratori corrispondono rispettivamente a 25, 40 e 45 milioni, si rivalutano del 2% reale annuo. L’ inflazione e’ stimata al 4%; per tutti i 65 anni sono l’ eta’ da utilizzare per determinare il taglio del 3%. Il neoassunto si ritrova fra 35 anni con un taglio pari al 15%. L’ assegno annuo Inps, espresso in lire attuali, e’ di 22,3 milioni contro i 26,2 ottenibili con le vecchie regole. La perdita secca e’ di 3.934.000 lire l’ anno. Puo’ essere coperta sottoscrivendo una polizza “caso vita” della durata di 35 anni: ipotizzando un rendimento netto pari all’ 8,5% basta versare solo 5 anni di contributi, pari al 10% del reddito del lavoratore (2.505.000 lire e’ il primo versamento), con un costo complessivo di 13 milioni. Piu’ difficile il recupero con polizza per il trentacinquenne che avra’ una pensione tagliata del 24% pari ad un importo di 25.153.000. La perdita rispetto alle vecchie regole e’ di 7,9 milioni l’ anno. Per ottenere la pensione mancante deve pagare 57,5 milioni versando il 10% del suo reddito per 12 anni. Impossibile il “salvagente polizza” per il quarantenne. La perdita a 55 anni e’ del 30%: 36,2 milioni contro 24,2 milioni. Per raggiungere in solo 15 anni i 12 milioni di rendita mancanti, deve versare in polizza ben il 17% del reddito (7,6 milioni il primo versamento), con un esborso effettivo di 131.600.000. Piu’ conveniente, anche se piu’ faticoso, prolungare di cinque anni il lavoro: di circa 30 milioni e’ la quota dei contributi Inps a carico del dipendente, che ricevera’ a 65 anni una pensione pari a 45,6 milioni annui.

Golinucci Paolo, Marvelli Giuditta, Sica Angelo

Pagina 27
(8 ottobre 1994) – Corriere della Sera

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