polizze vita

FURTO AUTO SENZA INDENNIZZO SE IL PARCHEGGIO E’ INCUSTODITO

Risarcimenti. Serve un avviso di mancata sorveglianza

Il cartello “parcheggio incustodito” esposto all’ingresso dell’area di sosta a pagamento, istituita con delibera comunale, libera il gestore da ogni responsabilità per il furto del mezzo. La sola predisposizione del servizio, difatti, non comporta di per sé l’assunzione dell’obbligo di custodire i veicoli parcheggiati. Lo puntualizza la Cassazione, terza sezione civile, con sentenza n. 14067/13.
Ad aprire la questione è la richiesta di risarcimento danni, formulata da un utente nei confronti dell’azienda incaricata di amministrare, per conto del Comune, il parcheggio multipiano in cui aveva lasciato in sosta la sua macchina, poi rubatagli. Secondo il conducente la società è tenuta a rispondere dell’accaduto, a titolo di omessa custodia della vettura. In primo grado il Tribunale aveva bocciato la domanda: oggetto del contratto era solo il godimento dello spazio di sosta e non anche la custodia del bene. Diversa, però, è stata la soluzione adottata in appello. Nel caso di specie, avevano rilevato i giudici, è ravvisabile un “contratto atipico di parcheggio”, disciplinato dalle norme sul deposito. Il gestore dell’area, dunque, era obbligato ad assicurare sia la «messa a disposizione di uno spazio per il parcheggio» che la custodia del veicolo «risultando irrilevanti eventuali condizioni generali di contratto dell’impresa che gestisce il parcheggio, che escludono un obbligo di custodia». Del resto, aveva concluso la Corte, le modalità – rapidissime – con cui si conclude il contratto consentono di ritenere l’utente ignaro dei particolari sottesi al rapporto negoziale. Non solo. Il parcheggio – chiamato di “corrispondenza” poiché sito nelle vicinanze della metropolitana milanese – non era espressamente segnalato come incustodito.
Prevedibile il ricorso della società: l’area va ricondotta in quella tipologia di parcheggio che gli enti comunali – ex articolo 15 della legge 122/89 – sono chiamati a predisporre per esigenze di decongestionamento del traffico cittadino. Si tratterebbe, perciò, di strutture attrezzate – mediante il modello multipiano del silos e il “sistema a sbarra” – per il solo controllo della durata della permanenza, e non per la custodia dei mezzi.
Concorda la Cassazione, che ha accolto il ricorso della società. L’istituzione da parte dei Comuni di aree di sosta a pagamento – spiega, richiamando il precedente a Sezioni Unite n. 14319/11 – non comporta l’assunzione dell’obbligo del gestore di custodire i veicoli parcheggiati «se l’avviso “parcheggio incustodito” è esposto in modo adeguatamente percepibile prima della conclusione del contratto». Informativa, che consente di inquadrare l’accordo tra l’utente che immette il veicolo nell’area di interscambio e il gestore, come negozio atipico di parcheggio incustodito, e non come deposito con obbligo di custodia, a nulla valendo – per via dell’interesse pubblico al servizio – l’eventuale buona fede del fruitore. Va esclusa, per queste ragioni, la responsabilità della concessionaria comunale, per il furto del veicolo avvenuto nell’area di sosta gestita.

Fonte : Selene Pascasi – Il Sole 24 ore – Lunedi’ 1 luglio 2013

polizze vita

Responsabilità professionale medica e Legge Balduzzi. Nuovo incontro l’ 8 luglio 2013

L’incontro tenutosi il 27 giugno 2013  tra Istituzioni, sindacati, Ordini e compagnie assicurative non ha risolto ancora i molti nodi relativi all’applicazione della Legge Balduzzi sul Fondo di rischio e le regole per le polizze. Tutti riconvocati per l’8 luglio. Rinvio quindi probabile visto che il timing per il Dpr è fissato per il 30 giugno. Gigli (Fesmed): “Auspicabile una proroga. Le criticità sono ancora molte”.

Nulla di fatto dopo la riunione del 27 giugno 2013 del Tavolo tecnico presso il Ministero e che avrebbe dovuto far luce sul Dpr (che deve essere emanato entro il 30 giugno) previsto dalla Legge Balduzzi che prevede l’istituzione di un Fondo di rischio e l’ufficializzazione delle regole per le polizze assicurative dei professionisti sanitari. Un provvedimento molto atteso anche in virtù dell’obbligo di assicurarsi per i professionisti che scatterà il prossimo 13 agosto.

Ma quali sono i nodi ancora da sciogliere? Requisiti minimi per le polizze, franchigia, pregresso, tabelle di riferimento per gli indennizzi e durata delle polizze.

“L’incontro di oggi – spiega il presidente della Fesmed Carmine Gigli – è stato interlocutorio anche se utile per portare alla luce alcune criticità. In primis si è chiarito che non ci può essere un’unica polizza uguale per tutti, perché vi sono molte differenze sia tra le varie professioni, sia all’interno di ognuna e soprattutto c’è una differenza tra i libero professionisti dipendenti del Ssn e gli altri. Per cui si sta ragionando in termini di ricerca di requisiti minimi”. La colpa non grave per i dipendenti del Ssn è infatti a carico delle aziende mentre quella grave a carico del professionista. “Per questo motivo abbiamo chiesto che sia prevista una polizza con caratteristiche solo per la colpa grave dedicata alla dipendenza del Ssn”.

Altra criticità riguarda poi la durata delle polizze e il pregresso. “Su questi punti ancora non c’è un’intesa. Per l’Ania le polizze dovrebbero avere durata annuale ma per i professionisti servono più garanzie. E soprattutto se si guarda al pregresso. Per le compagnie si dovrebbe partire da quando scatterà l’obbligo, ma il fatto è che i pazienti che hanno subito un danno hanno tempo 10 anni da quando l’anno scoperto per fare causa. Per cui è chiaro che se oggi le polizze che si stipulano non considerano il pregresso, di fatto i professionisti rischiano di non essere coperti, con grave danno anche per i cittadini. E poi c’è anche il problema della franchigia su cui non c’è un’intesa”.

Ma le questioni non finiscono qui. Ci sono anche le famose tabelle di riferimento per gli indennizzi. “Devono ancora essere approvate dal Cdm, per cui ad oggi non sono utilizzabili”.
Tinte fosche, quindi, sul Dpr che a questo punto, vista anche la riconvocazione del tavolo per il prossimo 8 luglio, non riuscirà molto probabilmente ad essere emanato entro la scadenza prevista dalla legge. “Purtroppo siamo in una fase interlocutoria e sarebbe auspicabile una proroga, anche per quanto riguarda l’obbligo di assicurazione. Ma il punto è che ci sembra di notare un atteggiamento conservatore di chi non vuole introdurre elementi di innovazione. Ma mi chiedo, se il mercato delle polizze assicurative sanitarie andava bene non ci sarebbe stata la necessità di fare una legge. E in questo senso è imbarazzante anche la posizione dei Ministeri che non hanno nessuno strumento impositivo nei confronti delle assicurazioni. Se si continua così non si andrà molto lontano”.

Fonte : Quotidiano Sanità

NIGUARDA PRESENTAZIONE ATTIVITA_ PRELIEVO E TRAPIANTOD_ ORGANO E

polizze vita

MEDICI, IL REBUS DELL’ASSICURAZIONE

L’ estate si preannuncia calda per la categoria medica. Dal prossimo 13 agosto, infatti, scatterà l’obbligo per chi opera nel settore di sottoscrivere una polizza di rc professionale. Una scadenza che si scontra con la difficoltà, da parte in particolare di coloro che operano nella cosiddetta area a rischio, ossia ginecologi, chirurghi e ortopedici, di stipulare delle coperture assicurative adeguate dal momento che molte compagnie vedono il settore sanitario come una patata bollente. La causa? Un notevole aumento delle denunce e degli importi dei risarcimenti danni per presunti casi di malpractice medica. «Negli ultimi anni si è verificato un significativo incremento del numero di denunce per errori medici da parte dei pazienti », sottolinea Roberto Manzato, direttore centrale di Ania (Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici). «Si tratta di un fenomeno noto che è stato già più volte sottolineato da medici e assicuratori e che ha visto le richieste di risarcimento presentate alle imprese di assicurazione passare dalle 10 mila di 15 anni fa alle 30 mila annue attuali», prosegue. Con un costo medio per sinistro che «attualmente raggiunge cifre tra i 30 e i 40 mila euro, mentre nei casi molto gravi sono stati risarciti anche milioni di euro». Una situazione che ha spinto le compagnie «a non voler più assicurare le categorie maggiormente soggette a contenzioso, come ortopedici, chirurghi e ginecologi», osserva Maurizio Maggiorotti,presidente di Amami (Associazione medici accusati di malpractice ingiustamente). Con conseguenze paradossali visto che dal prossimo 13 agosto scatterà l’obbligo per i medici di assicurarsi. Senza contare che «le assicurazioni hanno aumentato il premio del 600% negli ultimi anni», prosegue Maggiorotti. «Ad esempio, i ginecologi pagano 20mila euro all’anno circa di polizza, una cifra troppo grande soprattutto per chi si sta avviando alla professione ». Un costo medio di polizza che riguarda anche chirurghi, ortopedici e professionisti che operano nell’ambito della medicina estetica. «I costi delle polizze sono in effetti lievitati per le specializzazioni più a rischio», conferma Manzato. La conseguenza è la fuga da queste specialità, ma anche la tendenza a praticare la cosiddetta “medicina difensiva”. I medici, cioè, sempre più di frequente prescrivono esami e visite specialistiche non perché effettivamente indispensabili, ma principalmente per ridurre il rischio di una denuncia per malpractice. Con costi per lo Stato, in base a una recente relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori e sui disavanzi sanitari della Camera dei Deputati, di 10 miliardi di euro (pari allo 0,75 del Pil). Un problema scottante, insomma, soprattutto considerando che «su 100 medici inquisiti solo uno in media viene condannato », aggiunge Maggiorotti. L’associazione propone per questo di istituire anche in Italia un fondo vittime e dell’alea terapeutica già in vigore in altri paesi europei. «Cioè se una persona si infetta in ospedale, un evento possibile e che non accade per colpa del medico o della struttura, interviene un fondo statale che indennizza la vittima sul modello francese». Inoltre, il contenzioso è esploso perché il paziente non rischia nulla e i giudici dovrebbero condannare alle spese di lite la parte soccombente, ossia chi avanza una richiesta di risarcimento vuota di contenuti », sottolinea Maggiorotti. Mentre secondo Mauro Longoni, vice presidente di Acoi (Associazione dei chirurghi ospedalieri italiani) e di Cineas (Consorzio universitario non profit del Politecnico di Milano che si occupa di formazione e diffusione della cultura del rischio e che ha di recente organizzato a Milano un tavolo di lavoro sul tema) «intervenire per disincentivare il ricorso massiccio al sistema penale per ottenere più velocemente un risarcimento, così come una più concreta quantificazione del danno risarcibile, e l’utilizzo di consulenti tecnici di ufficio specializzati e competenti sarebbe un modo concreto per rendere il settore più facilmente assicurabile». Infine, secondo Manzato «la giurisprudenza forse è andata un po’ oltre. Cioè si presuppone che ci debba essere un obbligo di risultato, ma la medicina non è una scienza esatta. Quindi forse val la pena di rivedere il concetto di responsabilità del medico, per esempio se quest’ultimo potesse provare di aver seguito un adeguato protocollo di cura non dovrebbe essere perseguito». Inoltre, per contenere il costo della malpractice medica «le strutture sanitarie dovrebbero mettere in atto dei processi di risk management per fare in modo che i danni non accadano, cioè implementare delle procedure per minimizzare il numero di incidenti. Oltre a corsi di formazione rivolti ai medici per aiutarli a prevenire eventuali problematiche con i pazienti», conclude. Nel grafico a destra, l’andamento dei sinistri denunciati dai medici alle compagnie d’assicurazione.

Fonte : Sibilla di Palma – Repubblica – Affari e Finanza 01/07/2013 medici-ospedale_258